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Recensione libro: La cartella del professore di Kawakami Hiromi

La cartella del professore è il primo romanzo della scrittrice giapponese, Hiromi Kawakami, ad essere stato pubblicato in Italia negli anni duemila. Uno scritto di cui ho sentito parlare relativamente molto ma che secondo me merita una bella chance, soprattutto nel periodo estivo o quando ci accingiamo a guardare al positivismo. La primavera e l’estate sono sinonimo di libertà, leggerezza e un pizzico di romanticismo, parlar d’amore sarebbe perfino troppo.

  • Titolo: La cartella del professore
  • Autore: Hiromi Kawakami
  • Editore: Einaudi
  • Pagine: 175
  • Prezzo: 15,72
  • e-book: 9,99

 

 

 

 

 

  • Trama: Tsukiko ha poco meno di quarant’anni. Vive sola, e dopo il lavoro frequenta uno dei tanti piccoli locali di Tòkyo dove con una modica spesa si possono mangiare ottimi manicaretti e bere qualche bicchiere di birra o di sake. E un’abitudine molto diffusa fra gli uomini della metropoli, meno fra le donne. In una di queste occasioni incontra il suo insegnante di giapponese, che riconosce, malgrado i tempi del liceo siano ormai lontani, quando lo sente ordinare le stesse pietanze. Tsukiko e il prof, come lei lo chiama, iniziano a parlare e trovano subito un’intesa nella loro passione per il cibo. I tanti manicaretti della delicata cucina giapponese accompagnano gli incontri mai programmati, ma non per questo meno frequenti, di due persone cosi diverse eppure simili nella quieta accettazione della propria solitudine, e ogni incontro rappresenta un impercettibile avvicinamento, serve a chiarire dubbi e fraintendimenti. Ma la donna fatica a trovare una sua dimensione adulta, e il professore – che è vedovo e ha settanta anni – non riesce a uscire dal suo passato di marito e insegnante. Arriva la stagione dei funghi, le ferie di Capodanno passano senza allegria, poi fioriscono i ciliegi, si organizza una gita che delude le aspettative e termina, come tante serate, nel torpore dell’alcol… Trascorrono cosi due anni. E dopo infiniti appuntamenti, giunge il momento in cui il prof vince il pudore e chiede a Tsukiko se accetterebbe di frequentarlo “con la prospettiva di stringere una relazione amorosa”

 

Il romanzo si apre con un dialogo interiore e successivamente con il lettore in cui la nostra protagonista Tsukiko parla dell’incontro con il suo insegnante. Della donna sappiamo qualcosa fin da subito, sta per entrare negli anta e la scuola non sembrava piacerle molto. Soprattutto la donna non è molto coraggiosa e l’età adulta la spaventa fino all’inverosimile.  Ho simpatizzato subito per la nostra protagonista perché riesce a focalizzarsi molto sulle sue aspettative, segno anche di una radice culturale non propriamente legata molto al Giappone ma più attenta alle dinamiche della società di massa e alla vita quotidiana nelle metropoli. Una piccola parentesi risulta essere necessaria, in questo caso, alcuni scrittori giapponesi hanno subito il fascino delle grandi metropoli americane e inglesi; essi hanno assunto una sorta di fascino e ribellione allontanando alcuni modelli culturali riscontrabili nei classici della letteratura orientale. Le donne appaiono più esposte al fascino delle libertà, alla vita solitaria e alla capacità di instaurare delle relazioni non propriamente legate al paese di appartenenza.

Questo dato mi fa riflettere molto dal punto di vista sociologico e potrebbe essere uno spunto per chi, come me, studia comunicazione, sociologia o antropologia. Ritornando alla nostra narrazione, il professore è un uomo di settant’anni, sì, i due protagonisti hanno una bella età di differenza cosa che mi ha fatto pensare: “ma sarà il classico libro che finisce male solo perché la differenza è troppa”? Purtroppo, il pregiudizio sull’età continua ad essere ancora un problema di fondo.  Non in questo caso, però. Il professore e Tsukiko si incontrano in alcuni luoghi di ritrovo giapponesi, l’autrice specifica che con la nascita delle metropoli e con l’avanzamento delle tecnologie, alienazione e divisione del lavoro frammentata i giapponesi, soprattutto gli uomini, si concedono una bevanda solitaria che consiste in un qualcosa di alcolico, spesso la birra, o il famoso sake.

È qui che i due s’incontrano, talvolta anche in stazione. Non esiste una particolare attrazione tra i due riconducibile a qualcosa di costruito, ma si percepiscono e si capiscono attraverso la passione per la cucina, le chiacchiere e il divario delle esperienze. Il nome del professore è Hatsumoto Haratsuna, un buongustaio molto sensibile, innamorato della professione del docente e legato alla defunta moglie. Con Tsukiko la relazione sentimentale non sboccia subito, in realtà non ce n’è bisogno perché il loro livello comunicativo è impersonale nelle parole ma molto presente nelle emozioni e nei gesti. Il mio concetto d’amore si ritrova molto con la narrazione che non necessita di ipersessualizzazione o di dire parole a caso.

L’amore è già lì e non c’è bisogno che esso venga nominato o costruito, modellato, in una strana forma. Ho trovato questa lettura non solo leggera e una boccata d’aria per l’anima, una speranza, soprattutto per chi non è interessato alle persone della stessa età ma anche dolce nei modi e nelle movenze. Un amore puro ed estremamente sincero. Dovreste leggerlo perché è una forma d’amore semplice, delicata a tratti surreale per le mancanze cui ci ritroviamo a subire nel nostro mondo. La mia recensione non può che assumere risvolti positivi, seguiti da spunti di riflessione e piccoli attimi di felicità.

Voto

 

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