Recensione libro: La cartella del professore di Kawakami Hiromi

La cartella del professore è il primo romanzo della scrittrice giapponese, Hiromi Kawakami, ad essere stato pubblicato in Italia negli anni duemila. Uno scritto di cui ho sentito parlare relativamente, ma che a mio giudizio merita una bella chance, soprattutto nel periodo estivo o quando ci accingiamo a pensare positivo. La primavera e l’estate sono sinonimo di libertà, leggerezza e un pizzico di romanticismo, parlar d’amore sarebbe perfino troppo.

  • Titolo: La cartella del professore
  • Autore: Hiromi Kawakami
  • Editore: Einaudi
  • Pagine: 175
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  • Trama: Tsukiko ha poco meno di quarant’anni. Vive sola, e dopo il lavoro frequenta uno dei tanti piccoli locali di Tòkyo dove con una modica spesa si possono mangiare ottimi manicaretti e bere qualche bicchiere di birra o di sake. E un’abitudine molto diffusa fra gli uomini della metropoli, meno fra le donne. In una di queste occasioni incontra il suo insegnante di giapponese, che riconosce, malgrado i tempi del liceo siano ormai lontani, quando lo sente ordinare le stesse pietanze. Tsukiko e il prof, come lei lo chiama, iniziano a parlare e trovano subito un’intesa nella loro passione per il cibo. I tanti manicaretti della delicata cucina giapponese accompagnano gli incontri mai programmati, ma non per questo meno frequenti, di due persone cosi diverse eppure simili nella quieta accettazione della propria solitudine, e ogni incontro rappresenta un impercettibile avvicinamento, serve a chiarire dubbi e fraintendimenti. Ma la donna fatica a trovare una sua dimensione adulta, e il professore – che è vedovo e ha settanta anni – non riesce a uscire dal suo passato di marito e insegnante. Arriva la stagione dei funghi, le ferie di Capodanno passano senza allegria, poi fioriscono i ciliegi, si organizza una gita che delude le aspettative e termina, come tante serate, nel torpore dell’alcol… Trascorrono cosi due anni. E dopo infiniti appuntamenti, giunge il momento in cui il prof vince il pudore e chiede a Tsukiko se accetterebbe di frequentarlo “con la prospettiva di stringere una relazione amorosa”

Il romanzo si apre con un dialogo interiore e successivamente con il lettore in cui la nostra protagonista Tsukiko parla dell’incontro con il suo insegnante. Della donna sappiamo qualcosa fin da subito, sta per entrare negli anta e la scuola non sembrava piacerle molto. Soprattutto la donna non è molto coraggiosa e l’età adulta la spaventa fino all’inverosimile. Ho simpatizzato subito per la nostra protagonista perché riesce a focalizzarsi molto sulle sue aspettative, segno anche di una radice culturale non propriamente legata molto al Giappone ma più attenta alle dinamiche della società di massa e alla vita quotidiana nelle metropoli. Una piccola parentesi risulta essere necessaria, in questo caso, alcuni scrittori giapponesi hanno subito il fascino delle grandi metropoli americane e inglesi; essi hanno assunto una sorta di fascino e ribellione allontanando alcuni modelli culturali riscontrabili nei classici della letteratura orientale. Le donne appaiono più esposte al fascino delle libertà, alla vita solitaria e alla capacità di instaurare delle relazioni non propriamente legate al paese di appartenenza.

Questo dato mi fa riflettere molto dal punto di vista sociologico e potrebbe essere uno spunto per chi, come me, studia comunicazione, sociologia o antropologia. Ritornando alla nostra narrazione, il professore è un uomo di settant’anni, sì, i due protagonisti hanno una bella età di differenza cosa che mi ha fatto pensare: “ma sarà il classico libro che finisce male solo perché la differenza è troppa”? Purtroppo, il pregiudizio sull’età continua ad essere ancora un problema di fondo. Non in questo caso, però. Il professore e Tsukiko si incontrano in alcuni luoghi di ritrovo giapponesi, l’autrice specifica che con la nascita delle metropoli e con l’avanzamento delle tecnologie, alienazione e divisione del lavoro frammentata i giapponesi, soprattutto gli uomini, si concedono una bevanda solitaria che consiste in un qualcosa di alcolico, spesso la birra, o il famoso sake.

È qui che i due s’incontrano, talvolta anche in stazione. Non esiste una particolare attrazione tra i due riconducibile a qualcosa di costruito, ma si percepiscono e si capiscono attraverso la passione per la cucina, le chiacchiere e il divario delle esperienze. Il nome del professore è Hatsumoto Haratsuna, un buongustaio molto sensibile, innamorato della professione del docente e legato alla defunta moglie. Con Tsukiko la relazione sentimentale non sboccia subito, in realtà non ce n’è bisogno perché il loro livello comunicativo è impersonale nelle parole ma molto presente nelle emozioni e nei gesti. Il mio concetto d’amore si ritrova molto con la narrazione che non necessita di ipersessualizzazione o di dire parole a caso.

L’amore è già lì e non c’è bisogno che esso venga nominato o costruito, modellato, in una strana forma. Ho trovato questa lettura non solo leggera e una boccata d’aria per l’anima, una speranza, soprattutto per chi non è interessato alle persone della stessa età ma anche dolce nei modi e nelle movenze. Un amore puro ed estremamente sincero. Dovreste leggerlo perché è una forma d’amore semplice, delicata a tratti surreale per le mancanze cui ci ritroviamo a subire nel nostro mondo. La mia recensione non può che assumere risvolti positivi, seguiti da spunti di riflessione e piccoli attimi di felicità.

Voto

libro cartella professore

 

Informazioni sull'autrice

Classe 1994, da sempre innamorata della conoscenza e della letteratura. Sono appassionata di studi sociologici e della pallacanestro americana.

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