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Recensione libro: Discorso della servitù volontaria di Étienne de La Boétie

De La Boétie è un autore considerato cruciale per il discorso sulle relazioni di potere, riconducibile ai nostri governi moderni. L’analisi a tutto tondo è avvenuta successivamente, perché le sue teorie sono state spesso confutate o rifiutate. L’edizione Feltrinelli, non solo ripropone il testo originale di “Discorso della servitù volontaria” ma si accinge a fornire un’ampia riflessione con gli interventi di Benasayag e Abensour, il primo sotto forma di intervista e l’altro come una discussione sul tema.

 

  • Titolo: Discorso della servitù volontaria
  • Autore: Étienne de La Boétie
  • Editore: Feltrinelli
  • Prezzo: 8,50
  • Kindle unlimited: disponibile gratuitamente

Sinossi: Talismano dei disobbedienti, manifesto segreto di ogni libertario: il “Discorso della servitù volontaria” è un capolavoro clandestino che non perdona. Intrattabile e senza fissa dimora dal giorno in cui vide la luce, contiene la resa dei conti di un giovane e di un nobile, Étienne de La Boétie incarna entrambe le qualità, con le passioni collettive più enigmatiche da decifrare: la paura della libertà e l’ansia della dipendenza. L’oppressione si regge infatti anche sulla connivenza delle vittime, uomini che amano le proprie catene più di sé stessi.

 

L’autore poteva godere di una riflessione legata al suo tempo, pre-illuminista e lontana dalla consapevolezza di poter modificare alcune dinamiche socio-politiche. Essendo una mente del cinquecento, l’autore è influenzato da secoli di tirannia e avvenimenti storici legati alla dualità imperatore/suddito o monarca/suddito. Non a caso la prima riflessione richiama i miti greci e romani in cui egli cerca di compiere un ciclo conoscitivo del perché i popoli scelgono deliberatamente di affidarsi a qualcun altro e lo farebbero senza alcuna limitazione o sopruso.

 

Inanellato a questo discorso non potrebbe non esserci ciò che muove, apparentemente, i movimenti politici: la libertà. Per secoli si è pensato di discutere la volontà dei popoli, catalogare delle azioni o porre ad un livello esplicativo alcuni concetti mossi non tanto da una volontà comune ma all’inseguimento di ciò che riteniamo libertà. Per l’autore quest’automatismo indurrebbe il pensiero ad un grave errore di considerazione, perché secondo lo stesso, se volessimo davvero la libertà potremmo ottenerla. Siamo piuttosto propensi a sottostare ad alcune leggi o dinamiche perché in fondo, il concetto dell’uomo libero, non è ciò che muove il nostro istinto di benessere. Se quanto affermato dall’autore fosse una mera limitazione di pensiero legata agli anni in cui ha vissuto, oggi faticheremmo a comparare il suo discorso a ciò che i nostri governi stanno vivendo perché è difficile apportare un pensiero basato sulla tirannia ad un sistema democratico e a governi eletti dal popolo.

 

La confusione che colpisce qualsiasi lettore nell’analisi della libertà come un oggetto conoscitivo dal punto di vista empirico, viene ripreso da Benasayag che illustra la fondazione del desiderio come prima motrice dell’istinto umano. Inoltre, egli prova a non rendere il trattato filosofico di Boétie come una risoluzione o un compendio per l’azione collettiva, piuttosto riflette sul reale utilizzo di quanto apprenderemo nella lettura. Un trattato certamente colmo di concetti e filosofi, necessario per poter comprendere alcuni processi e si presenta davvero come una lettura che arricchisce l’animo di chi la legge.

 

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