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Recensione libro: Furore di John Steinbeck

John Steinbeck è  uno dei migliori scrittori e pensatori americani con una bibliografia di tutto rispetto e insignito del premio nobel. Dopo aver letto buona parte della sua letteratura, di cui trovate qualche recensione qui sul blog, ho finalmente deciso di leggere Furore.

Titolo: Furore

Autore: John Steinbeck

Editore: Bompiani

Prezzo: 10,50

Kindle: 8,99

 

 

Sinossi: Pietra miliare della letteratura americana, “Furore” è un romanzo pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni.

Furore è considerato un grande capolavoro ed è uscito nel nostro Paese,anni trenta, in un periodo in cui la censura non permetteva a romanzi sovversivi di lasciare un’ impronta. Orme, impronte, sono le parole giuste da utilizzare quando si parla di un romanzo che potrebbe essere letto in ogni epoca. Dell’America sentiamo parlare sempre bene, e immaginate per una popolazione di fine anni trenta quali fossero i contenuti dell’opinione pubblica. Certamente in regimi totalitari e soggetti a censura nessuno si occupava dei contadini e dei cosiddetti viandanti.

La famiglia Joad, protagonista del romanzo, vive in condizioni precarie in zone in cui si sente parlare di mezzadria, di acri, di cotone e di motori di seconda mano. Spesso il raccolto va bene, l’agricoltura si mobilita, ma le altre volte ci si muore di fame. La prima grande immagine che Steinbeck fornisce è l’immagine della famiglia che ‘poggia’ sulla figura del bread winner, ovvero dell’uomo che organizza la divisione del lavoro e che trascende sul resto dei componenti familiari.

I Joad

Tom Joad, il protagonista essenziale, ritorna dopo tanto vagare in uno stato di Est a Sud e cerca di ritrovare la sua famiglia per viaggiare altrove. Prima di raggiungere la sua famiglia, il ragazzo trova una figura che Steinbeck utilizza molto nei suoi scritti anche ne La valle dell’Eden, ovvero il predicatore. Egli pronostica, ragiona, e si associa all’incertezza della vita e del raccolto. Quando il ragazzo ritrova la sua famiglia, tutti partono alla volta della California.

In California, come in ogni stato che venga ritenuto ricco e florido, ci si aspetta di trovare soldi e un futuro migliore. Ma la mobilitazione o gli strumenti di cui fanno uso loro sono talmente precari da renderli privi di proprietà o stabilità. Piantano tende per qualche giorno, non hanno da mangiare e poi sono costretti a viaggiare. Non viaggiano nel senso di vagare, ma intraprendono la Route 66 che, nelle migrazioni americane, aveva assunto un ruolo cruciale. Scorrendo le pagine del romanzo, ho potuto notare che l’autore ha voluto raccontare l’assetto delle singole famiglie. Quando qualcuno arrivava in una realtà da Sud, ad accoglierli, trovavano una sorta di comitato di benvenuto e si divideva per genere e mansione. Pà è abbastanza espansivo, organizza il viaggio e infonde speranza. Mà distribuisce il cibo e trova una soluzione. La famiglia Joad si organizza sul retro di un furgone malandato o in una tenda lacera. Steinbeck racconta che queste famiglie a conti fatti hanno poco, eppure a fine romanzo si scopre che hanno tanto.

Ma perché parlare di Furore in tutte le epoche? Che cos’è il furore? E’ tutto. Esso rappresenta la nostra capacità di far fronte, qualche counsellor direbbe una capacità di immediata ‘resilienza’ oppure di trovare un piccolo cavillo per andare avanti. L’autore dice che bisogna vivere per la giornata che il furore risiede nella nostra capacità di creare una forza che diventa albero. Allora in ogni tipo di situazione, la famiglia Joad può fungere da insegnamento.

Voto: 5/5

Altre recensioni dell’autore:

Uomini e Topi  di John Steinbeck

 

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