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La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi

Ho scoperto da poco Donato Carrisi come scrittore e regista cinematografico. La ragazza nella nebbia(2017) è un nome ricorrente nell’editoria, però non mi sento incentivata nella lettura dei thriller ormai da anni poiché li trovo tutti uguali e scevri di messaggi chiari. Per fortuna, non è questo il caso.

Trama: La notte in cui tutto cambia per sempre è una notte di ghiaccio e nebbia ad Avechot, un paese rintanato in una valle profonda fra le ombre delle alpi. Forse è stata proprio colpa della nebbia se l’auto dell’agente speciale Vogel è finita in un fosso. Un banale incidente. Vogel è illeso, ma sotto shock. Non ricorda perché è lì e come ci è arrivato.

Avechot è un piccolo paese situato nelle montagne francesi, luogo che godeva di fama e turismo ma dopo qualche tempo esso è rimasto vuoto e con pochi cittadini che sanno tutto di tutti. All’interno di questa comunità si è insediato un gruppo religioso detto la “confraternita”, cui molti abitanti fanno parte. Una sera, una ragazza di nome Anna Lou, esce di casa e non farà mai più ritorno. Chiamato per indagare sull’inspiegabile evento, l’ispettore Vogel (Toni Servillo), già noto nelle cronache nere per cinismo e forzature giudiziarie, decide di istituire una Task force per le ricerche. Il primo elemento che ho apprezzato del film è stata la scenografia. Sicuramente avere sul set lo stesso autore del romanzo a dirigere il film, comporta capire nell’interezza la direzione cinematografica dell’opera. L’abitazione dei genitori di Anna, la madre soprattutto, rimandavano ad abiti e movenze di The Shining. Ho notato una correlazione, non so se mia di riflessione, tra il simbolismo sacro e profano. Mi riferisco alla stanza della ragazzina in cui sono affissi croci e immagini dei gatti. Molti di quegli oggetti li ho trovati belli scenicamente e suggestivi.

L’aria cupa e angosciante del film è sordida, quasi impossibile da mandare giù. I loop temporali e i tempi del racconto sono davvero ben costruiti; all’interno della narrazione l’ispettore racconta al dottor Flores(Jean Reno) gli eventi delle indagini. Un personaggio che, all’inizio, appare scialbo ma limpido nelle azioni. I sospetti ricadono su chiunque, tutti potrebbero essere il colpevole. Però, quel tutti, non vuole essere un indizio banale piuttosto un incitamento a costruire i pezzi passo dopo passo. Dapprima si crede che l’assassino possa essere il coetaneo Mattia con problemi psichici— poi il dito dell’accusatore si ritorce contro il professor Martini (Alessio Boni).

Difficilmente un thriller sfida la mia curiosità a tal punto da provare una sorta di trance emotiva con la narrazione. Donato Carrisi ci riesce perfettamente; ho letto soltanto due libri dell’autore, uno uscirà presto qui in recensione, non credo ci sia nulla da appuntargli. I suoi personaggi sono curati nel minimo dettaglio, sporcati e ripuliti con azioni talmente complesse da risultare difficili nell’assimilazione. Anche Jean Reno, che ritenevo un personaggio di contorno, si incastra perfettamente nell’intera narrazione. Notevole anche la veridicità dei media, la costruzione reale del caso e il cinismo che accompagna l’intera durata del film.

 

 

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