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L’uomo in rivolta di Albert Camus

Albert Camus e Jean Paul Sartre due grandi filosofi e intellettuali del loro tempo che vissero una profonda frattura intellettuale e professionale ad opera de L’uomo in rivolta.

Mentre il primo aveva vissuto dal basso e in un contesto meno borghese del secondo, Sartre sembrava contestare la presa di posizione di Camus giungendo a un’incomunicabilità di fondo che cesserà solo dopo la sua morte.

L’uomo in rivolta è un testo poco accessibile a chi non gode di un’infarinatura filosofica abbastanza perpetrata nelle argomentazioni trattate. Un elaborato relativamente lungo ma incisivo. Si discute di tutte le tematiche che potrebbero indurre l’uomo di ogni epoca ad uscire dal contesto nel quale vive a determinare una condizione di rivolta. Condizione non necessariamente positiva, anzi, spesso si muove su due grandi sentimenti valoriali come l’amore e la razionalità. L’autore descrive l’amore per le correnti che determinano la frattura dell’asservimento e l’inizio della rivolta. Egli racconta introducendo  l’esempio del mito di Sisifo, individuando nell’uomo l’unico essere capace di poter ribaltare se stesso per la non contentezza di essere ciò che è.

La rivolta induce sempre ad un miglioramento o a delle risposte? Secondo Camus non è sempre così. Spesso, si evince nella spiegazione delle matrici marxiste o nei miti greci, l’uomo assume una fazione ed è talmente mosso dal sentimento di rivolta da non sminuzzare tutti gli elementi che lo porterebbero a capire la condizione errante. L’uomo che persegue il desiderio di libertà discende dalla stessa volontà di essere asservito e di rimanere in tale condizione. E’ improbabile che la rivolta determini la libertà assoluta, piuttosto essa muove l’esigenza di contrapporsi e di cadere vittima di un nuovo ideale. In ultima analisi, la volontà dell’autore ritrova una minima soluzione nell’incontro tra un individualismo di coscienza e un inizio di solidarietà come dono spontaneo e ridondante.

 

 

 

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