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Recensione libro: Ventimila leghe sotto i mari

Jules Verne quell’amico reale che, una volta conosciuto, diventa immaginario e il migliore cui potremmo far riferimento, in ogni situazione della nostra vita. Un autore eclettico, esaustivo, preparato e innamorato del mare. Non un amante ipocrita o superficiale; piuttosto un uomo in grado di sminuzzare l’avventura e di renderla una grande ricchezza per il lettore. Da giorni non faccio altro che pensare ai suoi scritti, parole e periodi che difficilmente abbandoneranno l’entusiasmo di ogni tipologia di lettore.

Titolo: Ventimila leghe sotto i mari

Autore: Jules Verne

Editore: BUR Rizzoli

Prezzo: 10 euro

Kindle: 0,49 euro

Sinossi: Una misteriosa creatura marina che affonda navi da guerra di ogni paese, la scoperta di uno straordinario mezzo meccanico – il sommergibile Nautilus capace di esplorare le profondità degli abissi marini, il suo comandante, il Capitano Nemo, un uomo nobile e generoso che cela però nell’animo un insopprimibile desiderio di odio e di vendetta, il professor Arronax, il suo servitore Consiglio e il fiociniere Ned Land. E poi le meraviglie di un continente sconosciuto – l’oceano e i suoi abissi – le esplorazioni attraverso tutti i mari, le lotte contro mostri spaventosi, la fede in una scienza che dovrebbe offrire all’uomo un progresso inarrestabile, il desiderio di libertà che anima tutti i personaggi del libro.

Il famoso Nautilus, sottomarino dapprima scambiato per un cetaceo, non solo è stato fonte di chiacchiere e discussioni nel corso del tempo e nei salotti letterari ma ha invogliato forze armate e militari a inglobare, nei loro progetti, riferimenti e importanti testimonianze marine. Verne non scrive solo di mare o di racconti fantascientifici, egli raccoglie materiali altamente verificabili e figli di un’epoca avventurosa e attenta al progresso. Anche Ventimila leghe sotto i mari potrebbe rappresentare un semplice esperimento di mare eppure ci parla apertamente e con una vividezza disarmante di scienza, umanità, letteratura e gente di mare.

Il mare per Jules Verne è una certezza di importanza vitale; non è facile da gestire, non può essere sfruttato senza pagare un prezzo. Esso raccoglie così tante informazioni e vita da lasciare basito chiunque provi soltanto a riassumerlo in poche parole . Il capitano Nemo, chiamato a guidare il Nautilus, è un uomo preparato e avanti rispetto a tempi e eventi, incapace di comprendere la pochezza dell’umanità e convinto di non poter esprimere a pieno conoscenza e dedizione per l’avventura.

Un mondo che rimanda ad altra vita

Quando sulla terra ferma le persone iniziano ad avvistare il presunto cetaceo, sembra come se nessuno si aspettasse di poter considerare il sottomarino come un mondo a sé stante, dotato di straordinaria bellezza e ricchezza. E’ questo il più grande inganno che il mare riserva all’uomo: l’illusione di poterlo possedere. In uno dei tanti viaggi che il Nautilus affronta, gli uomini dell’equipaggio, compresi il professore e il servo, entrano a far parte di altri mondi sulla terra ferma. Il periodo in cui ha vissuto l’autore, erano presenti considerazioni a sfondo razziale e i primi viaggi di antropologia tendevano a considerare l’indigeno un abitante di un qualcosa appartenente ad una cultura retrograda.

Sappiamo bene che non è possibile pensarla in questi termini; sia l’autore che il personaggio del romanzo, riescono a delineare perfettamente il contesto di appartenenza.

Particolarmente suggestivo è un passo che ho amato molto in cui lo scrittore associa il pregiudizio dell’uomo verso altre culture con la cattiveria della diffidenza. Insomma, poche parole per passare un testimone.

Non può esistere un lettore che non abbia letto Verne…

Voto: 5/5

 

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