Nomadland- Recensione

Nomadland ha trionfato agli Oscar coronando la regia della regista Chloé Zhao e la straordinaria interpretazione di Frances McDormand pluridecorata dalla critica cinematografica degli ultimi anni. Un film che parla di un approccio diverso alla vita, molto on the road come molti autori della letteratura statunitense ci hanno insegnato. Ne parlo volentieri dopo averlo visto stamattina su Disney +. Sarebbe bello poterlo vedere al cinema, ma non ne ho avuto la possibilità.

Titolo: Nomadland

Regia: Chloé Zhao

Anno di uscita: 2021

Candidato a sei premi oscar: vittoria come miglior film; miglior attrice; migliore regista

Plot: Dopo aver perso il marito e il lavoro durante la Grande recessione, la sessantenne Fern lascia la città industriale di Empire, Nevada, per attraversare gli Stati Uniti occidentali sul suo furgone, facendo la conoscenza di altre persone che, come lei, hanno deciso o sono state costrette a vivere una vita da nomadi

Fern (Frances McDormand)  vive a Empire quando un grosso colosso chiude per la grande recessione. E’ una città in cui sono presenti appartamenti aziendali, la stessa protagonista vive con il marito conducendo un lavoro per le risorse umane. Dopo la morte del marito, sopraggiunta per malattia, Fern decide di acquistare un furgoncino che diventerà la sua casa. Qui conosce un gruppo definito nomade, volto a viaggi lunghi senza fissa dimora. Appena ho visto il trailer ho avuto l’impressione di ricevere in dono un’enorme narrazione in chiave moderna, raccontata a inizio novecento da autori del calibro di Jack Kerouac e John Steinbeck. La chiave moderna risiede nella dimensione lavorativa, delle piattaforme, la protagonista lavora saltuariamente per Amazon. Il salario non permette ai lavoratori di pagare l’affitto di una casa modesta e la soluzione è di vagare nel paese. Ma Nomadland non si pone in termini di ingiustizia, piuttosto permette allo spettatore di capire l’importanza di distaccarsi dagli oggetti o da quel superfluo che attanaglia la vita fino alla morte. Fern incontra persone sconosciute che diventano una comunità, attraverso il mutuo soccorso, la solidarietà, l’amicizia. Elementi che a Empire, come in tanti contesti in cui viviamo non avviene. Per questo, la narrativa di Nomadland non si basa sui senzatetto o sulla mancanza di cose, ma la terra e le persone sono un surplus inestimabile. Fonte rinnovabile d’amore. Ho scorto molto degli scritti di Thoreau in Walden, quando l’uomo si rinconcilia con la terra è difficile ritornare alla dimensione precedente.

Ho apprezzato molto l’impostazione cinematografica di Zhao, inquadrature lente ma mai noiose. Colori naturali e personaggi molto reali e comuni. E’ una fetta di popolazione di molte zone del mondo. Siamo abituati a pensare che se non abbiamo un lavoro fisso e infiocchettato o una bella casa con elettrodomestici annessi da mostrare, non siamo niente. Mi sono sentita invidiosa di tanta bellezza umana, coraggio, comunità. Anche il semplice prestito di un arnese per aggiustare qualcosa, rimanda alla solidarietà. Basta così poco per diventare una comunità estesa nello spazio e nel tempo. Una piacevole sorpresa anche per me, per quel poco che vale, meritevole degli oscar ottenuti.

 

 

Informazioni sull'autore

Classe 1994, da sempre innamorata della conoscenza e della letteratura. Sono appassionata di studi sociologici e della pallacanestro americana.

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