Il potere del cane, recensione del film Netflix

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Il potere del cane è stato presentato  a Venezia 78, diretto dalla regista premio oscar Jane Campion. E’ ambientato nel 1925 in Montana ed è raccontato all’interno del romanzo di Thomas Savage con l’omonimo titolo, uscito in Italia con Beat. I cavalli, l’ambientazione, i cowboy lo farebbero sembrare un western eppure di quel genere tanto amato ha solo delle sfumature che pesano poco nell’intera narrazione.


La trama

Disponibile su Netflix, il potere del cane è un film davvero ben riuscito. E’ ambientato in un contesto western però le dinamiche seguite sono molto personali e simboliche. I due fratelli Phil (interpretato magistralmente da Benedict Cumberbatch) e George ( Jesse Plemons) condividono la gestione di un ranch nel Montana. Entrambi vivono una vita dedicata al mantenimento della struttura, condita da viaggi nel west, ma hanno anche dei segreti e dei turbamenti interiori molto potenti. I due vivono nella stessa casa e condividono la stessa stanzetta, ma Phil ha introiettato tutti i valori conservatori e tossici del tempo, bullizzando Geoge, dall’animo dolce e gentile. Lo umilia costantemente e si prende beffa di tutti quegli uomini che non dimostrano virilità e durezza. E’ un uomo algido, terribile, mentre l’altro ne subisce la ferocia emotiva. Successivamente, i due si imbattono in una locanda gestita dalla vedova Rose Gordon e da suo figlio Peter un dotato ragazzo studioso che ama l’arte e lo studio. Nel luogo in cui vivono, gira voce che il ragazzo sia effeminato e dopo la loro conoscenza, anche Phil inizierà a chiamarlo “signorinella”.

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Un viaggio nel simbolico

La regista Jane Campion ha scelto di dirigere un lungometraggio lento e drammatico, poche emozioni vengono portate a galla con le parole. Molto spesso i personaggi rimangono silenti, come accade spesso a George. Gli stacchi di telecamera sui personaggi, sono intensi e lasciano trasparire lunghi messaggi interiori che faticano ad uscire, non è lo stesso dell’ambientazione che rimane poco condita e molto scarna. George e Rose si innamorano, convolano a nozze. Il potere del cane è suddiviso in cinque capitoli che raccontano storie diverse: nei primi tre c’è il rapporto turbolento tra Phil e Rose, quasi laconico. Inoltre, si scopre cosa si cela dietro l’asprezza d’animo di Phil e la scomparsa di Bronco Henry, un personaggio liminale e di passaggio durante molti spezzoni del film. Rose assocerà l’odio del fratello di suo marito all’alcol, vivendo nella più completa dipendenza. Ma al ritorno del figlio, Phil e Peter iniziano a scoprire delle affinità sconvolgenti.

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Una corda di emozioni

Phil è l’anello portante dell’intera narrazione. La regista ha inserito diversi elementi simbolici, il primo è il titolo del film. Lo spiega passo passo, poi ci sono gli elementi incisivi: la corda tessuta, il fiore ideato dal ragazzo, il nudo di Phil, la sigaretta e gli animali. Sono tutti elementi che segnano il passaggio dalla tossicità del personaggio di Phil al reale portamento. Phil e Peter diventano molto intimi, non ci sono dialoghi importanti tra di loro, ma dai primi sguardi traspare un’omosessualità non rivelata e un insieme di sofferenze troppo pesanti da sopportare. Questo particolare esperimento cinematografico, non deve attirare per le tematiche principali, ma sui personaggi tutti perfettamente resi e drammatici.

 

 

Informazioni sull'autrice

Classe 1994, da sempre innamorata della conoscenza e della letteratura. Sono appassionata di studi sociologici e della pallacanestro americana.

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